Albergano, nell’animo umano, mostri. Ognuno, ognuna prova a nasconderli. A volte si assopiscono, altre riemergono.
Solo un attento e paziente lavoro di gentilezza e ascolto li caccia all’angolo e li riduce a poca cosa.
Ma, chi non sa ascoltare o non vuole ascoltare, ogni volta, sempre li rianima e li ringalluzzisce.

Arrivato a Trapani da poche ore apprendo una notizia tremenda. Una giovane donna, minorenne pare, partorisce in casa e si disfa della neonata creatura ancora avvolta negli umori del grembo sembra gettandola dal balcone.

Non dirò “chi sono io per giudicare”, né, tantomeno “chi sono io per rimanere insensibile a tutto questo”.

Lavoro, da anni e tra altro, con la fragilità delle persone. Degli adulti e, soprattutto, dei e delle giovani.

Ogni volta l’abisso dove sprofonda chi soffre è incomprensibile per la gran parte di coloro che quell’abisso non lo voglion vedere e pensano solamente ad anteporre il loro giudizio alla necessità di silenzio.

Sono padre da poco più di un anno. Ho partecipato alla nascita di mia figlia. Ho accompagnato mia moglie nei mesi della gravidanza, durante le ore, lunghe, faticose e non poco dolorose che precedono il parto. Ed ero presente quando la testolina si faceva spazio nelle mani delle ostetriche che l’accompagnavano alla luce.

Eppure l’impatto di questa tragica notizia, mentre ha solleticato i mostri dentro me, ha semmai alimentato la compassione più che l’odio e la necessità di altro orrore. Nei confronti della madre, dei genitori di lei, di chi sapeva, etc…

La compassione di chi si dispiace dei mali altrui. Perché compatire non significa giustificare quanto successo ma dispiacersi per quanto successo.

La morte del bambino è avvenuta e tornare indietro non è possibile.

Sono adesso i vivi di cui bisogna occuparsi.

La giustizia e le indagini proveranno a ricostruire la vicenda e si occuperanno dei risvolti legali.

Ma quell’abisso va indagato perché quell’abisso non è solo della giovane madre e della cerchia dei suoi cari. Riguarda tutta la società, riguarda tutti e tutte noi che, dall’alto delle nostre sentenze, delle sedie elettriche e dei patiboli eretti per giustiziare virtualmente la madre, stiamo disvelando le profondità dei nostri abissi: fatti di ignoranza, di supponenza, di odio represso, di violenza, di invidia (per la risonanza mediatica).

Ciò che, generalmente, spaventa molti e molte non sono le tragedie, ma quante delle premesse che quelle tragedie han generato albergano nella vita di ciascuno e ciascuna: frustrazioni, aspettative spezzate, impossibilità, etc…

La tragedia si è compiuta e si è fusa per sempre alla pelle di chi l’ha commessa. Questa è già la condanna che si è compiuta senza che la invocassimo.

Abbiamo il dovere dell’ascolto, della comprensione dell’abisso perché soltanto in questo modo l’umanità comprende se stessa e le società avanzano.

Non è paradossale che le tragedie ci aiutino a comprendere le dinamiche che si muovono nelle nostre società. Se vi rinunciassimo dinanzi alla facile e spietata condanna; in preda all’abisso del delirio collettivo dei tuttologi a buon mercato che sentenziano senza conoscere il dolore, giudicano sulla scorta dei propri desideri e tagliano teste preda del senso di ingiustizia che prevarica sulla ricerca di giustizia; ecco, allora avremmo perso un’altra occasione per comprendere noi stessi, noi stesse, nelle relazioni sociali, ovvero lo stato di salute della società di cui facciamo parte.

In questi mesi le attenzioni verso il male di stagione, il Covid-19, hanno proiettato dentro noi la convinzione che l’emergenza sanitaria fosse prioritaria sotto tutti i profili: tanto della paura di contagio, quanto della negazione del contagio.

Ma ci sono mali che si annidano nella vita e nel cuore delle persone. Di tutti e tutte. Talvolta emergono perché le nostre società, per quanto moderne, avanzate e tecnologicamente interconnesse, si vanno svuotando di umanità, di socialità, di ascolto, di solidarietà, di condivisione.

Un abisso ne chiama sempre altri, come ci ricorda il Salmo 42. Uscirne fuori, tanto più in profondità si arriva, è complicato. Solo le società mature, capaci di ascolto, di rispetto (del dolore), restie alla violenza, che sanno cioè porsi domande più che cercare esasperatamente di vomitare risposte, sono capaci di trarsi fuori dall’abisso collettivo.

Ma, oggigiorno, le nostre società, specie in Italia, si sono trasformate in tifoserie. Le tifoserie urlano e perciò non ascoltano, inveiscono e perciò non rispettano, violente con gli altri, le altre perciò incapaci di indulgenza.

C’è una donna, una giovane donna il cui dramma è la condanna che l’accompagnerà per sempre. A noi società non spetta il compito di infliggere condanne, né assoluzioni.

A noi spetta il compito etico di chiederci quale è il ruolo collettivo nei drammi personali, quali sono le nostre responsabilità nella solitudine e nel silenzio di chi soffre, quale è la deriva utilitaristica che ha preso il sopravvento sulla necessità di costruire umanità anziché vendette.

Leave a Reply

Your email address will not be published.