Una settimana dopo il ricordo è ancora vivo. Anzi, non è mai andato via. E a fatica, forse mai, lascerà Alessandra Strippoli, ragazza trapanese di 25 anni con una grande passione che coltiva sin da piccola: il calcio. Cresciuta con il mito di Del Piero, tifosissima della Juventus, per strada, con gli amici, si faceva notare per la tendenza naturale nel dare del tu al pallone. Alle bambole preferiva (e lo fa ancora) la Play Station.
Ai tacchi preferisce i tacchetti. In occasione della finale di Champions League tra la “Vecchia Signora” e il Real Madrid, Alessandra si è spostata da Urbino, dove frequenta l’ultimo anno di Scienze Motorie, a Torino, dal fratello Stefano, studente del Politecnico:  «Sono partita per Torino il giorno prima della finale, convinta di poter realizzare l’ennesimo piccolo sogno e di vivere un’esperienza indimenticabile, indipendentemente da come sarebbe finita la partita. Ero felice, fremevo dalla voglia di sentire il fischio iniziale direttamente dalla piazza di Torino, insieme a tantissimi altri tifosi come me, pronti per gioire o soffrire assieme». Piazza San Carlo strapiena già dalle prime ore del pomeriggio; Alessandra e Stefano non vogliono perdersi nemmeno un minuto dello spettacolo che si presenta davanti a loro, seppur dall’epilogo incerto: « Si vedevano soltanto enormi bandiere bianconere sventolare e un’infinità di maglie della Juventus addosso a gente di qualsiasi età. L’ingresso in piazza (almeno quello da cui siamo entrati noi) era sorvegliato da alcune pattuglie della polizia, che, prima di farci entrare definitivamente, controllavano gli zaini anche con il metal detector affinché la gente non entrasse con bottiglie di vetro». Cori, fumogeni alleggerivano l’attesa che man mano andava facendosi snervante, fino al fischio d’inizio, in cui a Piazza San Carlo cala un silenzio tombale. La concentrazione dei trentamila di fede bianconera per spingere capitan Buffon e compagni #finoallafine. Alla prima occasione, Real in vantaggio, manco a dirlo con Cristiano Ronaldo.
 Dopo sette minuti però è 1-1. Mandzukic con una semirovesciata rimette le sorti in parità: «E’ stata una delle esultanze più belle della mia vita. Ricordo il boato, le persone che si abbracciavano senza nemmeno conoscersi, qualcosa di assurdo davvero, da pelle d’oca». Una speranza però destinata a durare ben poco perché, al rientro degli spogliatoi, la Juve non è quella degli ultime stagioni, capace di imporre la supremazia anche quando in giornata sottotono. Casemiro, ancora CR7 poco dopo e 1-3. Il silenzio rivolto verso il maxi schermo, che sapeva già di resa, però repentinamente viene stravolto da urla. E’ tutto confuso, non si capisce cosa stia succedendo, accade tutto in maniera veloce: «Era il minuto 70’, entra Cuadrado e la partita per me, ma anche per tantissime altre persone, finì in quell’istante. Quella  è l’ultima scena che ricordo in maniera limpida di quella sera». Si parla di attimi, di frazioni di tempo che forse nemmeno un’accurata ricostruzione saprebbe dare l’idea: «Quando ripenso a quella sera mi passano così tante cose e scene per la testa ma in nessuna di esse vi è un pallone, un rettangolo verde, due porte… non c’è nemmeno il mio giocatore preferito che gioca contro la mia squadra di sempre a cui aveva appena rifilato due goal. Non c’è nemmeno stata una finale di Champions League!
Ero in posizione centrale e tra le prime file
– prosegue – ricordo di aver sentito un rumore forte e strano che ha fatto viaggiare la mia mente facendomi pensare al peggio, soprattutto perché subito dopo ho visto una marea di gente spostarsi verso la mia direzione urlando, piangendo, travolgendo e schiacciando persone».
Un’onda umana che travolge Alessandra e Stefano, costretti a correre senza una meta, alla rinfusa: «Se chiudo gli occhi mi rivedo in quella piazza in preda al panico, per terra, con la gente che mi travolge mentre cerco di trovare fra tutti il volto di mio fratello che avevo perso di vista. Per fortuna e per pura casualità ci siamo visti tra la folla, è riuscito ad avvicinarsi e ha teso il suo braccio facendomi rialzare.
Ho continuato a correre scalza seguendo la massa rischiando di tagliarmi i piedi con le schegge di vetro che c’erano per terra (all’interno della piazza c’erano i venditori ambulanti di birra in bottiglie di vetro), convinta di scappare da “un camion che ci rincorre” o da “gente che spara” o ancora da “qualcuno con una bomba”. Nel frattempo avevo perso di nuovo di vista mio fratello che, avendo visto una signora caduta sopra le transenne, le ha fatto da scudo affinché si potesse rialzare». La situazione pare tranquillizzarsi: la piazza sembra il set di un film da guerra con gente incredula a domandarsi cosa fosse successo e di feriti, scarpe, zaini, bandiere, sciarpe e maglie bianconere per terra a rendere macabro il contesto. Un secondo boato, poco dopo, scuote nuovamente l’ambiente: «Se la prima volta non avevo idea da cosa stessi scappando, sta volta il rumore mi aveva dato un’idea ben chiara, a me, come a tanta altra gente.
Stavamo scappando da “un mezzo che ci inseguiva e ci voleva investire”. Ho visto gente arrampicarsi sul palco, altri addirittura su alcuni furgoni che erano parcheggiati a lato del palco, gente sanguinante. Il terrore». Sembra impossibile, eppure nessuno potrebbe mai pensare di ritrovarsi protagonista improvvisato di ciò che purtroppo i media di tutto il mondo propongono quotidianamente: « Solo due giorni fa ho visto qualche foto e letto qualche testimonianza e nonostante l’immenso spavento mi reputo fortunata perché sia a me che a mio fratello, nonostante tutto, ci è andata davvero bene.  Ciò che ho vissuto in quella piazza mi ha letteralmente schiaffeggiato e fatto capire che in realtà, ormai, siamo tutti vittime di questo terrorismo che, ancor prima di far vittime “reali” con bombe e spari, ne fa molte di più a livello psicologico. Quella sera – conclude – non è praticamente successo nulla ma in realtà, per chi era lì, “non si sa perché”, era successo TUTTO. Tra le tante cose di valore e non perse quella sera da me e da tutti gli altri credo che l’unica cosa che davvero rimpiangeremo per un bel po’ di tempo sarà soltanto una: la tranquillità».

 

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